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Splendore senza vita: chi ha tolto l’anima a Portorose?

Portorose ha alberghi rinnovati, facciate curate, spiagge e alcuni grandi eventi occasionali. Ma neppure al culmine dell’estate possiede un ritmo continuo, mentre prima e dopo la stagione si trasforma in una città fantasma.
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Portorose risplende. Gli alberghi sono rinnovati, le facciate curate, le rose fioriscono, i lettini sono al loro posto e le fotografie turistiche sono impeccabili. Ma basta posare il telefono, distogliere lo sguardo dal mare e chiedersi: che cosa si può fare davvero qui? La risposta è scomodamente breve.

Portorose ha una scenografia. Ha alberghi, lungomare, mare, palme e un nome che quasi ogni sloveno conosce. Ma non ha ciò che non si può disegnare in una strategia comunale o acquistare con una facciata nuova: non ha un ritmo costante. Non ha abbastanza contenuti capaci di trattenere il turista fuori dalla camera d’albergo e di spingere il residente a uscire la sera perché in città succede qualcosa.

Non è soltanto un problema di novembre o febbraio. Il problema è che spesso Portorose non ha molto da offrire nemmeno nel pieno della stagione estiva. Tolti il mare, la spiaggia, la cena e una passeggiata sul lungomare, rimane sorprendentemente poco. Qualche manifestazione, l’offerta dei casinò, un concerto occasionale e la grande aspettativa che un bel panorama possa sostituire da solo la vita cittadina.

Non può.

D’estate un evento. Tra gli eventi, il vuoto.

I grandi eventi possono riempire le strade per alcune sere. Le Notti di Portorose, un concerto, un congresso o una manifestazione sportiva creano l’impressione che la località viva. Ma una città non si misura nelle tre serate in cui il lungomare è pieno. Si misura in tutte le altre sere, quando non ci sono palco, fuochi d’artificio e folla portata da un programma organizzato.

È allora che emerge la verità. Portorose non ha abbastanza contenuti piccoli, regolari e diversi. Mancano luoghi con musica e carattere, una proposta culturale che non sia soltanto decorazione stagionale, appuntamenti serali per generazioni diverse, un’offerta per le famiglie e motivi per cui i residenti tornino a Portorose anche quando non devono andare in albergo, al ristorante o al casinò.

Una località turistica non ha bisogno soltanto di visitatori. Ha bisogno di pubblico. E il pubblico non è una cifra anonima di pernottamenti, ma persone che desiderano tornare perché hanno vissuto qualcosa.

Gli anni Novanta non erano perfetti. Ma Portorose viveva.

Il ricordo degli anni Novanta può ingannare. Neppure allora tutto era buono, ordinato o di qualità. Ma Portorose possedeva qualcosa che oggi è difficile trovare: la sensazione che molte cose accadessero contemporaneamente e che la località non fosse soltanto una zona alberghiera sul mare.

I locali lavoravano, le terrazze erano piene, la musica arrivava da più parti, le persone si spostavano da un luogo all’altro e la serata non finiva con l’ultima cena negli alberghi. Portorose era un punto d’incontro anche per i residenti di Pirano, Lucia, Isola e del resto del Litorale. Non era perfetta, ma era viva.

Oggi è più bella in fotografia. Più ordinata, più lucida, più controllata. Ma è diventata anche un luogo migliore da vivere e da scoprire? Se ogni contenuto deve essere abbastanza sicuro, abbastanza grande, abbastanza sponsorizzato e abbastanza presentabile sul piano turistico, alla fine otteniamo un programma senza rischio — e una città senza carattere.

L’anima di una città nasce anche dall’imperfezione: in un piccolo locale che osa essere diverso, in un concerto senza grande protocollo, in uno spazio dove si incontrano residenti e visitatori e nella sensazione che una serata possa svilupparsi senza un copione stampato in anticipo.

Prima e dopo la stagione cala il sipario

Se d’estate il vuoto può ancora essere coperto dalla folla, dai bagnanti e da alcuni grandi eventi, prima e dopo la stagione non lo si può più nascondere. Allora Portorose diventa una città fantasma.

Le terrazze chiudono, le luci si spengono, gli orari si accorciano, le vetrine rimangono buie e il lungomare perde anche quel poco di vita spontanea portata dall’estate. Il turista che arriva a marzo, aprile, ottobre o novembre trova il mare e una camera d’albergo, ma spesso non trova una città. Il residente riceve un messaggio ancora più chiaro: Portorose non è destinata a lui, salvo quando vi lavora o vi spende denaro.

È particolarmente doloroso perché i residenti non sono un pubblico superfluo fuori stagione. Sono l’unico pubblico stabile sul quale si può costruire una vita durante tutto l’anno. Se l’offerta non interessa loro, a lungo termine non convincerà neppure l’ospite che cerca qualcosa di più del sole e della colazione.

Una località che alla fine della stagione chiude le porte ai residenti prende ogni primavera la vita in prestito dai turisti. Non è una destinazione sicura di sé. È una scenografia stagionale.

Chi ha tolto l’anima a Portorose?

Sarebbe facile indicare gli alberghi, il Comune, i gestori dei locali, gli affitti troppo alti, l’organizzazione turistica o le mutate abitudini degli ospiti. In ognuna di queste risposte c’è una parte di verità, ma nessuna basta.

L’anima di Portorose non è stata sottratta da una sola persona o da una sola decisione. Si è persa gradualmente, quando lo spazio è diventato più costoso dell’idea, quando è stato più importante rinnovare una facciata che creare un programma, quando l’offerta turistica si è ridotta a letto, lettino, cena e fotografia del tramonto, mentre i residenti venivano trattati soprattutto come forza lavoro e ostacolo al traffico.

Si è persa anche quando abbiamo iniziato a misurare il successo quasi esclusivamente con pernottamenti, occupazione e numero di visitatori ai grandi eventi. Sono dati importanti, ma non dicono se l’ospite abbia avuto un luogo in cui tornare la sera successiva, se il residente abbia trovato un motivo per venire e se la città abbia creato qualcosa destinato a restare dopo l’ultimo fine settimana estivo.

Lo splendore senza contenuti può essere per un certo tempo un buon affare. Ma non può essere l’identità duratura di una località.

L’anima non si ordina con un bando

Il Comune non può aprire ogni locale, organizzare ogni concerto o creare ogni buona idea. Può però decidere se lo spazio permetterà alla vita di svilupparsi oppure la soffocherà. Può offrire spazi accessibili, semplificare le condizioni per i piccoli eventi, sostenere programmi culturali e musicali durante tutto l’anno, collegare enti pubblici, albergatori, ristoratori, associazioni e creativi, chiedendo loro più di alcune grandi date nel calendario estivo.

Anche albergatori e ristoratori devono chiedersi se vendano una località o soltanto il proprio servizio. Un ospite che dopo cena non sa dove andare non è un problema altrui. E un residente che evita Portorose perché non vi si riconosce più non è una perdita irrilevante: è il segnale che la destinazione ha spezzato il legame con l’ambiente dal quale dovrebbe trarre il proprio carattere.

Portorose non ha bisogno di un’altra campagna che dimostri quanto sia bella. Lo sappiamo già. Ha bisogno di contenuti che mostrino che è viva: d’estate ogni giorno, non soltanto durante le grandi manifestazioni, e tutto l’anno, non soltanto quando i letti degli alberghi sono abbastanza occupati.

Finché ciò non accadrà, Portorose rimarrà ciò che oggi è troppo spesso: una bella cartolina di un luogo che un tempo viveva – e che oggi soprattutto ricorda di avere avuto un’anima.